Finocchietto selvatico

Finocchietto selvatico

La rugiada delle ultime mattine di ottobre calava sulle leggere verdi foglie dei finocchi. La bruma della stagione si depositava sui sottili fili diventando  delle collane di perle, piccole gocce di umidità infilate delicatamente dalla mano paziente della notte. 

Improvvisamente un boato squarciò il silenzio della campagna, un violento clangore importunò la quiete dell’orto. Una voragine si era aperta nel terreno! Il rumore talmente assordante da far pensare ad un attacco terroristico, improbabile nel piccolo paese collinare ma non impossibile. 

Il tonfo sordo destò il proprietario dell’orto, che giunse immediatamente: il volto segnato dalla preoccupazione, che aveva inevitabilmente paralizzato ogni muscolo del suo volto. 

Il buco pareva aver ingoiato la terra e le facce attonite dei contadini vicini, scrutandole una ad una mente si avvicinava, non lasciava presagire nulla di buono.

Ci fu il panico tra i cittadini, le cronache locali parlavano di una possibile catastrofe naturale, di una madre terra irriconoscente verso l’uomo e tiranna nei confronti delle sue coltivazioni. 

Arrivò immediatamente anche la polizia locale, in tenuta antisommossa temendo il peggio si era preparata al meglio. Tutte le loro facce erano rivolte alla terra e a quell’ orto, vociferando quali potessero essere le cause di quell’ ordigno tanto potente. I giornalisti attendevano impazienti lo svolgersi delle indagini e con esse una rivendicazione, almeno da parte di qualche gruppo anarchico e insurrezionalista. Ognuno di loro, accorsi prontamente, speravano almeno, polizia compresa, in qualche  commento da parte del contadino. 

Lui invece, attonito, rimaneva lì, dinnanzi a quel disastro. Lo scenario gli era terribilmente triste. 

Il terreno divelto, le piantagioni di finocchio rovinate, frammenti di ortaggi ovunque. Le foglie morbidi e soffici, un lontano ricordo delle sue carezze. 

Stava in imbarazzato silenzio, il cappello appoggiato sulla testa, talmente immobile da sembrare uno spaventapasseri. Nessuno poteva immaginare cosa fosse veramente accaduto se non lui. 

Quel contadino, ora dall’ aspetto impagliato, era l’unico vero responsabile. 

Gettava sali di potassio, granuli di solfato di rame, distribuiva bromuro di ferro in capsule, spruzzava un intruglio di potassio, rame e ferro dalla concentrazione stravagante. 

Una bomba chimica! 

Bramoso di possedere la migliore produzione di finocchi, desideroso di trovare l’ortaggio perfetto, il gusto più delicato, di respirare il suo profumo solo passando vicino alla coltivazione, il contadino aveva esagerato con il concime. 

Ogni giorno  in mattinata, appena gli ultimi residui di umidità della notte fossero scivolati nel terreno, e prima del tramontare del sole, all’ incirca verso le cinque del pomeriggio. Esattamente nello stesso momento in cui gli inglesi, suoi confinanti oltre la Manica, prendevano, rilassati e in storiche porcellane, il tea. 

Dopo cena, il contadino si recava nell’orto, solitamente con una grossa pila, illuminava la sua coltivazione e controllava in maniera minuziosa e certosina che non uscissero coleotteri ed altri insetti a rovinare, mangiare o semplicemente che si calassero sulle foglie leggere dei finocchi. Le falene notturne non avrebbero nemmeno potuto, nei loro voli a bassissima quota, rimanere imbrigliate tra le foglie che, come una rete, infittivano quel lembo di terra. 

Poi andava a coricarsi tranquillo, sapendo di aver fatto la cosa giusta: irrigato, concimato e controllato. Tutto era sempre filato per il verso giusto. Con zelo, ogni giorno da agosto quando aveva deposto nel terreno le giovani piante, il contadino aveva fatto il suo lavoro e attendeva la prima luna di novembre per poter raccogliere la produzione. 

La delusione, i rimorsi, la frustrazione, la rabbia invece ora albergavano in lui.                   I lineamenti tesi e l’espressione inebetita che gli occhi di tutti, puntati su di lui, vedevano.

Aveva esagerato ed un singolo finocchio era esploso, trascinando nella sua buca, anche gli altri. 

Probabilmente, avevano appurato gli investigatori, nella loro caduta verso il basso anche gli altri ortaggi erano esplosi. Aumentando ancor di più il danno ed amplificando quel suono sordo che, in quella tranquilla mattinata di ottobre, aveva sconvolto la vita di tutti, dissipando perfino la nebbia della campagna. 

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Amare

Non si smette di amare. Se é stato vero amore, anche se non lo si sapeva, non si riesce a smettere di essere legati a quel sentimento. A volte capita di non accorgersi di quello che si ha, si scambiano pietre dei brillanti solo per mancanza di coraggio, di tempo. La presunzione, la fretta, l’egoismo sono sempre brutte compagne e fanno apparire dei sassi i diamanti. Poi il tempo passa, i sassi sono diventati diamanti, le pietre dei brillanti ma il fango li ha nascosti. La terra se li ha ripresi ma se per caso un’ onda pulisce la loro superficie, si mostrano. Ed allora si capisce il valore di quel sentimento che non si aveva mai dimenticato. 

©Kanti Fadelli

Ricordi

“La neve, in quegli anni era nostra amica ed anche nemica.”“Nemica?” Chiese Margherita, incredula di un’affermazione così, atipica.
 

“Si perché significava freddo, ed in mancanza di una stufa con cui scaldarsi, ma soprattutto della legna da ardere, l’inverno sembrava non passare mai. Conoscevo alcune famiglie che stavano davvero male in quel periodo dell’anno, si vedevano costrette a rubare la legna per scaldare la propria famiglia.”

“Sei legato molto ai ricordi?” chiese con dolcezza Margherita
, sottendendo la voce tra la curiosità  e delicatezza. 

“Sono molto legato ai ricordi, sono episodi indelebili nella mia vita che mi hanno profondamente segnato. Alcuni persino cambiato, tuttavia ciascuno di questi ricordi mi ha insegnato qualcosa.” 

 – I ricordi… pesanti come macigni, leggeri come farfalle, inconsistenti come arcobaleni, presenti come fiamme della nostra memoria. – pensava segretamente Ettore.

Le strade 

Le strade. 

Circolari, rettilinee, zig-zaganti. Strade che ti fanno fermare, andare, e decidere. Dove andare?! Ti senti perso e fermo in una direzione che non sai, non vuoi. E guardi attorno in cerca di un segnale, mentre l’unica direzione che si deve cercare é quella dentro a se stessi. Una strada personale in cui dossi e fossi segnano il cammino. In cui i passi, lenti e pesanti o veloci quanti leggiadri si susseguono in quell’ unico percorso di cui siamo dotati: la vita. 

Animali erranti 

A volte la notte non si riesce a dormire per i troppi pensieri che confusi vagano senza padrone per la mente. Viaggiano in quella landa desolati e senza compagnia come abbandonati animali erranti. Non trovano quiete nella calma della notte. Durante quei viaggi si diventa sonnambuli in balia dei flussi di pensieri, delle onde anomale dei sensi di colpa, dei vorticosi ricordi che t’immergono e sotterrano senza lasciarti chiudere occhio.
Solo alla fine, le tue resistenze cedono e riesci a riprendere i sogni. Cedi, anima persa, alla stanchezza.                                             ©Kanti Fadelli

Scegliere. 

Le scelte. Wow scegliere!! Avere la possibilità di decidere della propria vita di fare qualcosa oppure fare niente. Dimostrare di avere coraggio, di osare a occhi chiusi se cambiare la propria esistenza oppure lasciarla così com’è, tranquilla, placida quasi addormentate. Scegliere se parlare, se abbracciale se prendere le redini di se stessi. Prendere una decisione e scegliere non é mai così scontato. Significa mettersi in gioco, lottare, sfidare le proprie paure e non è da tutti. Significa avvicinarsi alle persone oppure allontanarsi, magari per sempre. Scegliere per rischiare e non avere rimpianti o crogiolarsi al pensiero di quello che si potrebbe fare e quello che si ha paura di fare. Tra l’essere e il non essere liberi, coraggiosi, dubbiosi. Le scelte accompagnano ogni giornata delle nostre vite, talvolta ne siamo consapevoli altre volte no, eppure siamo il risultato delle nostre scelte. Sempre.
©Kanti Fadelli